Finanza d’assalto

di caprio

Se ci vogliamo confrontare con l’odierna diffusa sensazione di perdita di senso dei nostri progetti collettivi, abbiamo bisogno di ridisegnare la nostra conoscenza psicologica alla luce di più precise conoscenze evolutive, evitando che le teorie psicologiche correnti non ci portino fuori strada. Facciamo subito un esempio per chiarire la questione. Come vogliamo spiegare il comportamento abberrante di molti protagonisti di recenti disastri finanziari, prendiamo ad esempio il personaggio recentemente interpretato da Di Caprio e messo in scena da Scorsese nel film – per altro non eccelso – The Wolf of Wall Street? Cosa possiamo dire circa le motivazioni che animano gli uomini che mettono in piedi illusori castelli di carta finanziari sospinti da una sorta di fanatico culto del danaro che viene rafforzato attraverso il consumo di droghe e di sesso compulsivo fino a portare alla rovina se stessi e gli altri? che sono privi di principi morali? pazzi e violenti? che non conoscono il valore che può provenire dal coltivare buone relazioni con gli altri? A tutte queste domande possiamo rispondere di sì appoggiandoci a qualcuna delle teorie psicologiche correnti e procurarci subito il sollievo che ci proviene dall’esprimere una condanna morale, ma rimane il dubbio che in questo modo noi si riesca a capire qualcosa della loro esperienza soggettiva verace.

Se vogliamo invece cercare di entrare nel mondo soggettivo di individui del genere dobbiamo sospendere per un momento il nostro sdegno e imparare a vedere queste persone come individui terrorizzati da più antiche condanne morali molto più gravi e devastanti di quelle che gli possono provenire dal mondo ragionevole che noi rappresentiamo. Dobbiamo pertanto inquadrare queste persone che sfidano il mondo e le sue ragonevoli convenzioni come persone strettamente collegate con un loro gruppo di appartenenza dal quale si sentono prescelte per dare sostanza alla convinzione di un futuro da favola in cui ci sarà abbondanza per tutti gli appartenenti al gruppo, indipendentemente dalle conseguenze conflittuali che questa prospettiva crea con altri gruppi che ne pagano le conseguenze. Aggiungendo la postilla che questa delega viene sentita tanto più imperativa quanto più proviene da ambienti che sono in crisi profonda in quanto vivono nel timore di poter subire delle ritorsioni per ciò che hanno fatto nei confronti di altri gruppi e persone che sono rimaste vittime delle loro azioni. Persone e ambienti, quindi, che inviano segnali circa il fatto di non riuscire a tenere in piedi il castello di carte psicologico-tossico su cui si fonda l’abbondanza per tutti. Solo se teniamo a mente questa prospettiva possiamo vedere che la soggettività di questi figli che sono stati designati dai gruppi di appartenenza dei loro genitori a salvare il mondo delle loro relazioni da uno stato di crisi. Si tratta quindi di persone dominate dal tassativo obbligo morale – vissuto in modo persecutorio – di dare un esenpio positivo e vicente al rischio che il proprio gruppo di appartenenza possa entrare in crisi perdendo del tutto la fiducia in un futuro abbondante e privo di conflitti. Pertanto, individui del genere avvertono lucidamente la possibilità di andare incontro alle obiezioni di buon senso che gente comune come noi potrebbe fargli, ma delle nostre obiezioni non tengono nessun conto perchè se le ascoltassero si sentirebbero dei traditori del loro gruppo di appartenenza a cui hanno promesso – contro ogni logica – di dimostrare che l’abbondanza per tutti esiste per davvero e che non è soltanto una chimera. Pertanto il fatto di corrompere, umiliare e truffare gente comune come noi serve a costoro per dimostrare che anche noi siamo sensibili al mito dell’abbondanza anche quando esso viene viene inventato con imbrogli e magheggi finanziari, psicologici e morali. Il fatto che gente comune si lasci affascinare dal loro stile di vita sopra le righe e accetti di farsi corrompere serve quindi a confermarne la potenzialità espansiva del mito e a placare la condanna morale che potrebbe colpire i tycoons e tutti coloro che li ammirano. In conclusione possiamo dire che questi individui, nonostante le apparenze che li fanno apparire liberi e spregiudicati, sono afflitti da una sensazione di iper responsabilità nel dare sostegno, esempio e coraggio verso altre persone che essi ritengono – e non del tutto a torto – incapaci di vivere se non in un mondo virtuale in cui possa apparire come vera l’abbondanza per tutti e come falsa la verità sulla scarsità delle risorse, siano esse umane o materiali, e la necessità delle loro equa regolamentazione.

L’interpretazione che stiamo proponendo di tali comportamenti aberranti si basa pertanto su un tipo di psicologia che vede la relazionalità come una trama soggettiva molto fitta di marca preverbale che rischia di venire drammaticamente attraversata dalla paura della disapprovazione delle persone cui siamo legati. Quello che manca nelle teorie psicologiche correnti è quindi il ricnoscimento di quanto i figli vengano utilizzati dai genitori come fonte di sostegno emotivo rispetto ai problemi che essi non sanno risolvere o che preferiscono ignorare. Se quindi un genitore si porta sulla coscienza dei dubbi sul proprio operato e dei timori di poter subire delle ritorsioni per le azioni che ha messo in atto, è più che possibile che preferisca allontanare i dubbi e che possa chiedere ai figli di diventare dei fanatici escudendo qualsiasi svilupo del loro spirito critico. Definiremo questo fenomeno psicologico come iperadattamento intendendo con ciò che ogni singolo individuo adegua fin dai primi giorni di vita le proprie richieste a quelle che gli vengono fatte dal suo ambiente di origine distinguendo le azioni che danno fastidio da quelle che fanno piacere agli altri.

AS

 

Giovane e bella

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A novembre è uscito nelle sale italiane il film di Ozon “Giovane e Bella” in perfetto tempismo con i fatti di cronaca che riguardano le baby prostitute dei Parioli e le ragazze doccia di Milano.

Siamo a Parigi, la pellicola narra il delicato passaggio all’età adulta di Isabelle, liceale diciassettenne di buona famiglia.

Il racconto è suddiviso in quattro parti, quattro stagioni attraverso le quali la vicenda della protagonista viene vista con gli occhi di quattro personaggi. L’estate attraverso lo sguardo del fratello, l’autunno attraverso lo sguardo del cliente, l’inverno da quello della madre e la primavera da quello del compagno della madre. In ogni stagione ben presto però la prospettiva dei vari personaggi si confonde con quella della protagonista.

Isabelle perde la verginità la notte prima del diciassettesimo compleanno con un ragazzo conosciuto al mare; nella scena del primo rapporto sessuale, in una sorta di sdoppiamento, si osserva a debita distanza mentre è incapace di provare piacere, ma nello stesso tempo capace di procuralo all’aitante tedesco. Al ritorno dalle vacanze estive la ritroviamo in tailleur e tacchi alti nei panni di Lea.

Isabelle vive in una famiglia della buona borghesia parigina. I suoi genitori sono separati da alcuni anni, ma questo non sembra crearle particolare disagio. Vive con la madre, il compagno della madre e un fratello più giovane di lei. Non ha problemi di soldi: sua madre le da tutto ma per tutto il film  vediamo Isabelle contare i soldi ricevuti dai suoi clienti e metterli da parte, e mai spenderli in qualche modo. Tutto inizia come un gioco: l’invito da parte di uno sconosciuto all’uscita da scuola a rincontrarlo in cambio di soldi o borse griffate. Da lì un’escalation di appuntamenti presi tramite internet. Durante un rapporto sessuale, però, il suo cliente più affezionato muore d’infarto; Lea, a questo punto,  è costretta ad eclissarsi a causa degli accertamenti della polizia che informa anche la madre della sua doppia vita. La ragazza, messa alle strette dalla famiglia, decide di intraprendere un trattamento psicologico ma lo psicologo,  ahimè, risulta piuttosto patetico e scontato.

Isabelle è bella, giovane, ma quello che colpisce più di tutto è il suo essere algida, fugace.

La pellicola è ricca di indizi per eventuali interpretazioni. Numerose strade vengono tracciate, ma mai nessuna percorsa fino alla fine: la separazione dei genitori vissuta apparentemente senza strascichi; l’assenza del padre cui si farà riferimento durante i colloqui psicologici; il sentirsi di poco valore; la silenziosa ipocrisia di una famiglia ammodo che non rinuncia a qualche spinello e a dei flirt vissuti in segreto; lo pseudonimo Lea, nome della nonna materna; l’atteggiamento compulsivo nel prendere gli appuntamenti e nel contare i soldi. Tanti i dubbi e i “forse” che si innescano in chi, come i vari personaggi, osserva e cerca di sbrogliare la matassa. Il film, in questo senso, sembrerebbe riflettere la mancanza di punti di riferimento saldi all’interno delle teorie psicologiche.

Il regista in un’intervista ha dichiarato che il suo intento era accompagnare e lasciare lo spettatore libero di dare la sua interpretazione rispetto al comportamento di Isabelle, probabilmente perché neppure lui è in grado di dare una spiegazione e tutte le opzioni che ci propina, come accade per i fatti di cronaca, lasciano nello spettatore la sensazione di una sostanziale incoscistenza.

Ora, nonostante Ozon nelle intenzioni abbia certamente cercato di raccontarci la storia di Isabelle/Lea sospendendo ogni giudizio moralistico, col proposito di lasciare lo spettatore libero di seguire il proprio filo di interpretazione, il film sembra rimanere prigioniero di non pochi luoghi comuni: da una parte l’adolescenza letta come un mistero in cui prende il sopravvento l’aspetto ormonale e dall’altra l’idea che tutte le donne siano un po’ Lea se soltanto avessero lo stesso coraggio della protagonista, così come sembrerebbe emergere in un dialogo della scena finale del film. Così, benché da un lato ci venga proposto un punto di vista che parrebbe non prediligere alcuna interpretazione, dall’altro il regista sembra ammiccare ad una presunta universalità della sessualità femminile volta alla prostituzione. E “forse” è proprio per questo motivo che il film  lascia in bocca un retrogusto di amara insensatezza.

Il fenomeno della prostituzione giovanile, così come di altri comportamenti adolescenziali a rischio, genera confusione, smarrimento e preoccupazione ed è forte  la necessità di chiavi di lettura che non producano il banale e insoddisfacente effetto alone cui rischiamo di abituarci.

Denise Miccoli

 

Mamma e papà si separano… come ve lo diciamo?

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Oggi rispondo al quesito posto dalla signora Elena la quale mi chiede di affrontare il tema : “come comunicare ai figli la separazione”.
Ringrazio per la domanda e colgo l’occasione per parlare di una questione che sta a cuore a molti genitori.
Occorre fare delle distinzioni in base alla situazione specifica, non esiste una regola generale da applicare a tutti: ogni famiglia, infatti, è diversa dalle altre ed ha un proprio stile comunicativo, e allo stesso tempo ogni bambino ha un proprio temperamento di cui tenere conto.
Fatta questa necessaria premessa, ci sono dei criteri da tenere a mente:

Siete davvero sicuri della decisione presa? occorre essere piuttosto convinti della decisione presa e quindi evitare di dare comunicazioni ai figli quando i tempi non sono maturi o sulla base dell’emozione del momento. Seppur nel rispetto delle emozioni complesse e a volte contraddittorie che possono caratterizzare la fase della separazione, occorre maturare a livello emotivo e mentale una decisione chiara e definitiva. È importante che i due genitori si confrontino più volte sulla categoricità della decisione presa e sulla impossibilità di recuperare la situazione. Questo non vuol dire che entrambi debbano essere d’accordo sulla volontà di separarsi, ma nel caso in cui la decisione venga presa prevalentemente da uno dei due occorre comunque che ci sia stata una comunicazione chiara e definitiva su questa volontà.

E tra il dire e il fare…? è importante la coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa, in modo che a seguito della comunicazione vengano messi in atto gli altri passi della “realtà della separazione”. E’ importante che i genitori si confrontino prima sugli aspetti pratici, in modo che possano comunicarli ai figli e dare un impatto concreto alla notizia. Mi riferisco a quale dei due genitori continuerà a vivere con i bambini e quale invece andrà via e dove andrà a stare, i tempi previsti per l’allontanamento dalla casa familiare, i cambiamenti della relazione con entrambi i genitori e i modi della frequentazione con il genitore che non abiterà con i figli.

Quando lo diciamo?  In linea generale possiamo dire che più l’età è bassa e più è opportuno accorciare i tempi della notizia, in modo che il bambino possa averne una percezione più chiara. Ad esempio comunicare ad un bambino di 3 anni l’allontanamento del padre dalla casa familiare tre mesi prima potrebbe essere controproducente sotto diversi aspetti. Avendo un percezione del tempo diversa da quella degli adulti o di bambini più grandi, si corre il rischio che il bambino nel corso dei mesi “dimentichi” la comunicazione e fantastichi sulla riconciliazione dei genitori dal momento che “mamma e papà vivono ancora nella stessa casa”; un altro rischio è quello di generare ansia e confusione derivanti dall’incongruenza tra ciò che dovrebbe accadere e l’incapacità di “mentalizzare” che l’evento accadrà a distanza di tre mesi.

Qual è la situazione migliore? E’ importante che i due genitori siano insieme nel momento in cui comunicano la decisione presa ai figli. Questo li aiuta a cogliere, già nel momento della notizia, il messaggio più importante che occorre trasmettere loro e cioè il fatto di continuare a prendersi cura di loro e di continuare ad essere una coppia genitoriale. Simbolicamente comunicare insieme la decisione ha un impatto notevole ed aiuta i figli a sentirsi maggiormente al sicuro e ad elaborare in modo più efficace il cambiamento. Se possibile è preferibile evitare l’espressione di emozioni esagerate sia in positivo (una gioia esagerata che apparirebbe incongruente rispetto all’impatto della notizia) sia in negativo (urla, pianti, etc.). Si consiglia di essere piuttosto spontanei e naturali, ma allo stesso tempo di gestire in separata sede eventuali reazioni più forti legate alla separazione. Saranno i genitori a scegliere un momento che sia per loro e anche per i figli più idoneo. Si consigliano momenti tranquilli per tutti e in cui si ha tempo a sufficienza per condividere anche il post comunicazione, ed evitare che uno dei due genitori debba andar via subito dopo la comunicazione, non dando il tempo di valutare anche eventuali reazioni posticipate del bambino. Occorre mettere in conto possibili reazioni, che possono andare dal pianto o capriccio ingestibile, fino all’indifferenza. Metterle in conto può aiutare i genitori stessi a non lasciarsi spiazzare di fronte a queste reazioni ed a pensare possibili strategie di risposta.

Cosa dobbiamo dire? E’ importante che i genitori si accordino sulla versione da dare ai figli ed esprimere il concetto con parole per il bambino comprensibili. Dare un’unica versione e non due versioni contrastanti, fa sentire ai figli che i genitori hanno in mano la situazione. Questo non vuol dire mentire nel caso in cui uno dei due voglia la separazione e l’altro no e fingere di volerla entrambi, cosa che comunque il bambino avvertirebbe, ma significa offrire un’unica versione dei fatti per quanto con delle contraddizioni interne. E’ importante dire la verità al bambino, in modo che possa fidarsi dei genitori e allo stesso tempo del proprio sentire, che lo porta a percepire cosa sta accadendo già prima della comunicazione. Si parla di verità narrabile, cioè la verità che il bambino può comprendere in base alla sua età. E’ preferibile parlare al plurale e usare frasi come “mamma e papà hanno pensato di organizzarsi in questo modo”.

-“Saremo sempre mamma e papà”. Un altro aspetto molto importante è sottolineare nei modi che si ritengono più congrui (non solo a parole ma -soprattutto con bambini molto piccoli- anche attraverso il contatto e l’uso del corpo) che questa decisione non cambierà l’amore che i genitori hanno nei loro confronti. Occorre tranquillizzarli su questi punti e dare anche una base pratica a quello che si dice, fornendo degli esempi su come proseguirà la loro relazione con entrambi i genitori. Nel caso del genitore che lascia la casa familiare è importante dire dove andrà a vivere e far capire che in questo nuovo spazio c’è un posto per loro, se non fisico -nei casi in cui sia impossibile-, almeno simbolico. Si consiglia quindi di far vedere subito ai figli la nuova collocazione del genitore per tranquillizzarli e renderli partecipi anche di piccole cose, come la scelta di un mobile o quali giochi portare in questa nuova casa e quali lasciare nella casa familiare.

-“Come cambierà la nostra vita?” è importante sottolineare l’aspetto del cambiamento: inutile mentire con frasi del tipo “non preoccuparti, non cambierà nulla”. I bambini sono immersi nella vita familiare e ben presto vedrebbero con i propri occhi uno dei due genitori uscire di casa con la valigia e la loro vita cambiare profondamente. E’ molto più efficace dire come cambierà la loro vita (chi lo accompagnerà a scuola, in palestra, dove dormirà e con chi, etc.)
Diverse sono le tecniche utilizzabili dai genitori per affrontare questo delicato passaggio, come favole apposite per spiegare la separazione a bambini molto piccoli, o il ricorso alla tecnica del disegno sulla famiglia da fare insieme e dividere a metà, da appendere nelle case di entrambi i genitori, o altre tecniche pensate o inventate dai genitori stessi per tranquillizzare e allo stesso tempo rendere i figli partecipi rispetto a qualcosa che li riguarda in prima persona.

Spero di aver risposto alla sua domanda e resto a disposizione per eventuali altri chiarimenti.

Dott.ssa Rosanna Pierleoni

 

Quando la separazione porta a uccidere i figli

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LA MEDEA UCCIDE ANCORA!

 

Due notizie di cronaca delle scorse  settimane mi hanno fatto tornare alla  mente la Medea di Euripide.

 

Un quarantottenne pescarese ha  cosparso di benzina l’interno  dell’automobile nella quale c’erano  anche la figlia di 5 anni e l’ex compagna  e poi ha dato fuoco. Mentre le fiamme  lo avvolgevano ha stretto la figlia in un  abbraccio mortale, davanti alla madre,  la quale nel tentativo vano di salvare la  figlia ha subito ustioni molto gravi ed è  stata ricoverata presso l’ospedale  Sant’Eugenio di Roma. Un pescinese,  residente ad Avezzano, accusato di  violenza sessuale nei confronti della  moglie, a sua volta accusa la consorte  di aver portato via con sé il figlio e fatto perdere le sue tracce.

 

Senza entrare nella complessità delle singole vicende, vorrei concentrarmi e stimolare una riflessione sul filo comune di queste due tragiche vicende, ossia il ruolo svolto dai figli.
In un caso abbiamo l’uccisione del proprio figlio da parte del padre davanti all’ex compagna, madre della bambina, nell’altro la sottrazione del figlio da parte della madre, all’interno di una separazione conflittuale.

 

In entrambi i casi credo di possa parlare del cosiddetto “Complesso di Medea”.

 

La Medea di Euripide è una delle più disperate ed eroiche tragedie greche: dopo essere stata tradita e ripudiata dal marito Giasone, si tormenta dal dolore e prepara la sua vendetta fingendo una riconciliazione: tesse un vestito di nozze intriso dei più mortali veleni per la nuova moglie di Giasone, la quale muore tra grida strazianti, e poi uccide i propri figli, come discendenza e sangue di Giasone, baciandoli prima più volte. Agghiaccianti le sue parole: “O figliuoli maledetti di madre odiosa, deh, possiate morire col padre, tutta vada la casa in rovina!”.

 

Multiple e complesse le motivazioni psicologiche sottese a gesti tanto estremi: la voglia di privare il marito della sua discendenza, il bisogno di vendetta attraverso la restituzione di un dolore pari o superiore a quello che si sta provando, un dolore e un’umiliazione che la persona non riesce a gestire, un’aggressione alla propria maternità/paternità e così via…

 

L’uccisione dell’innocente è il fatto di cronaca più impressionante nella nostra civiltà, specialmente quando a commetterlo sono gli stessi genitori. Tuttavia, ritengo si possa parlare di “complesso di Medea” anche in senso più metaforico, ricomprendendo quei comportamenti messi in atto da uno dei due genitori volti alla distruzione o all’impedimento del rapporto dell’ex partner con i figli.
Mi riferisco a situazioni in cui non esistono motivi validi per l’impedimento della relazione genitoriale, escludendo quindi situazioni più complesse di comprovata violenza o abuso, in cui la relazione viene circoscritta all’interno di spazi e tempi, nell’ottica di una tutela del minore.

 

Nelle separazioni definite “altamente conflittuali”, si assiste spesso a vere e proprie guerre, in cui i figli vengono contesi come bottini. In questo modo, l’uccisione del figlio diventa simbolica e ciò che si mira a sopprimere non è più il figlio in sé ma il legame che ha con l’altro, utilizzandolo come rivalsa verso il coniuge, e scaricando su di lui la propria frustrazione e aggressività. Si assiste quotidianamente a battaglie legali estenuanti che sfociano in denunce di violenza o abusi –alle volte false- e in numerosi casi di sottrazione di minori.

 

Altre volte si dà il via competizioni più sottili, ma non meno pericolose, volte a denigrare l’altro, chiedendo al figlio di schierarsi e scegliere un genitore preferito, esigendo da lui una fedeltà e un riconoscimento della propria superiorità nell’educarlo, nel prendersi cura di lui e nelle responsabilità per la fine della storia.

 

Si crea in questo modo nel bambino il cosiddetto conflitto di lealtà, imponendogli una scelta innaturale e ingiusta, tra uno dei due genitori. Il bambino in questo caso, in base alle singole situazioni e al suo temperamento, può scegliere di allinearsi al genitore prevalente, o a quello che viene percepito da lui come più debole e quindi da proteggere, o attivare comportamenti fortemente manipolatori volti a compiacere entrambi i genitori nel momento in cui è in loro presenza, ed a cambiare quindi idea, modo di comportarsi, gusti e così via.

 

Al di là della singola strategia messa in atto dal bambino, si tratta di una forma di abuso emotivo nei suoi confronti, che può influire negativamente nella sua vita adulta e nella realizzazione di una propria stabilità psicologica ed affettiva. Occorre pensare, infatti, ai figli come persone formate di due metà, quella materna e quella paterna. Aggredire, denigrare e svalutare l’altro significa aggredire, denigrare e svalutare anche lui. Anche senza sfociare nella violenza fisica o nella morte, si opera dunque una distruzione della vita del figlio stesso, sia sul piano concreto sia simbolico.

 

In entrambi i casi, gli si ruba il la vita!

 

Ma cosa può portare i genitori ad attivare comportamenti tanto insidiosi per i figli?

 

La separazione e divorzio per quanto oggi molto diffusi, sono per il singolo individuo che li vive difficili da accettare. La fine dell’unità familiare, il dolore, la rabbia e la sensazione di tradimento, unite spesso a difficoltà economiche e lavorative, possono creare un cocktail esplosivo che toglie agli ex coniugi la speranza del futuro.
Vorrei concentrare l’attenzione su questo aspetto, che accomuna situazioni estreme ad altre più comuni, ma ugualmente tragiche: la difficoltà a seguito del fallimento di un progetto di vita, a percepire se stessi e l’altro, nell’ottica di un futuro da costruire, nonostante le macerie del presente e forse proprio a partire da esse.

 

Sul piano simbolico si può vedere dietro questi atteggiamenti una forte distruttività nei confronti di tutto ciò che è stato creato insieme, di cui i figli sono l’emblema più evidente, e verso quanto del proprio passato e della parte di vita trascorsa insieme è volto al futuro.

 

A livello istituzionale ritengo fondamentale e non più trascurabile la necessità di intervenire in maniera preventiva per evitare, non solo la degenerazione di simili casi, ma anche situazioni intermedie disperanti rappresentate dalle “nuove povertà”, da migliaia di genitori cui viene impedita ingiustamente la relazione con i figli, e da bambini contesi nei tribunali o sottratti, che sono diventati ormai di una tale portata da doverli considerare dei veri e propri drammi sociali. E’ facilmente intuibile come essi possano essere terreno fertile per l’esplosione di simili tragedie.

 

Occorre, inoltre, accompagnare la coppia ad operare dopo la separazione una importante distinzione -per nulla semplice- tra il loro essere coppia sentimentale, ormai separata, e il loro essere coppia genitoriale. Se la prima può finire, la seconda non finirà mai. Per questo è importante non solo riconoscere il diritto alla bi-genitorialità su un piano giuridico reale, ma anche a livello culturale, attraverso progetti educativi volti ad avere una visione altra della separazione, non come un campo di guerra, ma come il luogo della riorganizzazione delle relazioni, in cui poter ricollocare se stessi, come in un una nuova casa.

 

Ritengo, infatti, che se opportunamente supportati e seguiti tutti i coinvolti possano accedere a nuove fasi della vita e proiettarsi verso il futuro, proprio come i figli, che sono inscindibilmente legati a quel passato comune, e fiduciosamente tesi verso il futuro.

 

Dott.ssa Rosanna Pierleoni

 

Sono solo chiacchiere?

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A partire dagli anni 80, un grande numero di persone in Italia e nel mondo hanno avuto contatto di qualche tipo con la psicoterapia nelle sue varie forme. Trattandosi di un campo di lavoro in buona parte gestito da iniziativa privata pochi ed incompleti sono i dati quantitativi a disposizione. In linea molto generale, i dati fanno pensare che il numero dei professionisti in attività in Italia possa ruotare attorno alle 30/50mila unità tra pubblico e privato e, considerando che ognuno di loro veda in media come minimo una ventina di pazienti l’anno, il numero di persone che hanno avuto contatti con la psicoterapia o che li avranno nei prossimi anni raggiunge rapidamente le centinaia di migliaia soltanto nel nostro paese. Si tratta quindi di numeri cospicui ed è necessario riflettere sul fatto che chi ha fatto queste esperienze sicuramente ne ha parlato con altre persone contribuendo con ciò alla creazione di quella immagine complessiva della psicoterapia che oggi circola anche nei media.

Diciamo subito che questa immagine non è del tutto lusinghiera o ad essere più precisi che accanto ad un’immagine sostanzialmente positiva della psicoterapia sembra convivere un giudizio radicalmente negativo che traspare qua e là aotto la forma di un consenso implicito verso affermazioni del tipo che “si tratta solo di chiacchere”. Sembra pertanto che – al di là di un certo numero di incontri psicoterapeutici che definiremo sommariamente come sfortunati o addirittura truffaldini,  pareri positivi e pareri negativi e sprezzanti convivano gli uni accanto agli altri e che questi ultimi si manifestano sporadicamente con una virulenza che può sembrare anomala rispetto ad altri settori professionali

Se vogliamo quindi capire il motivo per cui opinioni sprezzanti sulla psicoterapia continuano a circolare accanto a opinioni sostanzialmente positive al di là di quello che potrebbe essere un fisiologico numero di fallimenti terapeutici – che non dovrebbe essere maggiore di quello presente in altre branche della sanità – dobbiamo pensare alla presenza di alcune ombre che potrebbero riguardare anche quelle esperienze di psicoterapia che sono state vissute in modo positivo. Proponiamo pertanto di prendere sul serio alcuni luoghi comuni più o meno marcatamente negativi che si sono diffusi negli anni sulla psicoterapia, cercando di capirne l’origine ed evitando di liquidarli affermando che essi siano del tutto campati in aria. Cercheremo pertanto di dare una spiegazione alla principale opinione negativa contro la psicoterapia – la madre di tutte le critiche – quella che assimila la psicoterapia a chiacchere, perdita di tempo, perdita di soldi.

Effetti iniziali della psicoterapia

Dal momento in cui la psicoterapia favorisce il ricollegamento di ricordi sensazione e fatti della propria vita in un assieme coerente ecco che ci si accorge che una buona parte delle cose, che pur sappiamo, abbiamo preferito non saperle ai fini del mantenimento di un rapporto stabile con le persone con le quali siamo legati. In sostanza una delle scoperte più importanti che viene fatta dalla persona che inizia un tragitto psicoterapeutico è quella di rendersi presto conto di aver preferito tacere per lunghi periodi su parecchie cose che la riguardano piuttosto da vicino.  Assieme alla scoperta di essere portatori di un malcontento maggiore di quanto non si volesse pensare verso i propri rapporti interpersonali, presto si fa strada la scoperta di aver magari parlato di queste situazioni, ma di averlo fatto in modo tale che le nostre parole rimanessero delimitate come proteste non efficaci. Mettere in moto una riflessione su se stessi e sulle morivazioni dei nostri comportamenti porta quindi a scoprire di essere immersi in una fitta rete di accordi interpersonali inconsapevoli – reciproche rinunce e reciproche promesse – in accordo con altre persone. Accordi circa il fatto che i reciproci contenziosi venissero affrontati – magari lamentandosi a turno –  in modo tale da non causare conseguenze per la fondamentale stabilità delle nostre relazioni. Pertanto non è infrequente che si scopra che perfino i nostri litigi possono essere permeati dall’esigenza di limitare la messa in discussione delle reciproche intenzioni. Pertanto la scoperta di quelle che possiamo chiamare le nostre mine vaganti (Seganti 2009) si accompagna alla presenza di una sorta di inconsapevole specializzazione che ci accorgiamo di aver acquisito nel mettere a tacere molte cose ritagliandoci degli accordi di reciproca compiacenza perfino con quelle persone con le quali siamo adusi a litigare. La psicoterapia mette quindi ben presto le persone davanti a nuove responsabilità come quella di inventare dei modi per portare avanti  il loro modo di sentire in modo maggiormente costruttivo e sviluppare quello che viene avvertito come un potenziale espressivo che loro stesse hanno trascurato.